Andar per monti

Da “Appunti di Alpinismo Bergamasco" 

A cura di Lino Galliani per i corsi della Scuola Bergamasca di Alpinismo Giovanile: Alpi Orobie

In quanto autore di questa breve sintesi non posso che ringraziare i  Calegari e Radici per aver accolto nel loro libro , OROBIE 88 immagini per arrampicare, anche una salita effettuata “allora” da giovani alpinisti:  infatti da quell’allora sono  passati  ormai trent’anni.  Anche in questo caso si può  notare come l’alpinismo rappresenti una parte, seppur fondamentale, della vita di un appassionato della montagna, ma non  ne esprime  la sola espressione.

Gli esempi,  a tal proposito,  sono molteplici: Nino Calegari è stato presidente della nostra sezione nonché promotore di moltissime  iniziative  di carattere sociale, Rho, che arrampicava con i Calegari è certamente molto conosciuto e non ha bisogno di presentazioni.  Arrigoni , vedi la salita al Poris citate nel loro libro, oltre che alpinista è stato forse la prima persona che ha tentato di riorganizzare il settore dell’Alpinismo Giovanile, lasciando poi al sottoscritto il compito di proseguire in questo campo,  la Gaffuri oltreché madre è anche accademica come Azzoni,  al momento presidente della Commissione  Spedizioni Extaeuropee.

Anche quella salita al Becco ha comunque una sua storia ed interpreta bene  quell’andar  per monti in maniera un poco randagia e  spensierata  alla ricerca di avventura è perché no di divertimento.


Azzoni Galliani al Becco

L’andar per monti però insegna anche  ai giovani che a dettar legge è in primo luogo la montagna e secondariamente il buon senso. Quella volta avevamo soprattutto tempo e sicuramente molte energie da smaltire. Bivaccammo in una stalla sopra il Calvi, resa ormai “sterile” dal freddo di quei giorni. La nostra meta  era la Nord del Rondenino, ma una volta giunti alla Bocchetta di Podavit, osservando la cengia ormai innevata che ci portava in Val d’Ambria e la repulsiva e nera Nord del Rondenino decidemmo che forse era meglio rinunciare. Anni dopo con Guido Riva ed altri amici, effettivamente,  scalammo il Rondenino da Nord,  lungo placche nere, repulsive  e troppo lisce. Probabilmente aprimmo una variante alla Calegari/Poloni del 58 che piega a sinistra sotto le impressionanti ed instabili placche della vetta. In verità tentammo successivamente di sondare quelle stesse placche osservandole dalla vetta stessa,  ma temo che il problema di una diretta, considerata la qualità delle rocce sommitali, rimarrà “saggiamente” insoluto. Quel giorno però non volevamo tornare a mani vuote per cui rivolgemmo la nostra attenzione alla Nord del Poris. Non ci eravamo documentati sulle opportunità di salita, per cui decidemmo di attaccare alcune placche abbastanza verticali. Per arrampicare nelle  Orobie occorre abitudine e conoscenza del tipo di roccia che in quel caso appariva decisamente repulsiva, nera, con appigli rovesci ed anche bagnati: bastarono due tiri, dove comunque erano evidenti le con tracce di precedenti tentativi, per farci capire che quella non era giornata. Azzoni e Gaffuri decisero allora di dirigersi al Sardegana, io sarei dovuto ritornare a Bergamo ma decisamente non ne avevo voglia, dovevo comunque avvisare e siccome a quel tempo non esistevano ancora i telefonini, scesi a Carona, chiamai  casa e risalii quindi  lungo i gradini della condotta forzata sino al Sardegnana. I guardiani della diga, quella sera , con noi furono molto accoglienti ed un sorso di buona grappa ci ripagò delle fatiche da poco concluse: quel bicchierino non ce lo scorderemo mai. Il giorno successivo guardando la bastionata del Becco notammo che due evidenti diedri ne solcavano la parete: tentammo il primo a sinistra.  L’Azzoni quel giorno era  di nuovo  in gran forma, ci trovavamo in un ambiente veramente unico:  grande panorama, gran freddo, gran vento e difficoltà notevoli. La fortuna ci guidò ed aprimmo una bella via su roccia solidissima,  lungo diedri stupendi, tutto sommato sembrava di essere in Yosemite: ovviamente dedicammo la salita a chi con estrema cortesia ci ospitò quella sera:appunto  i guardiani della diga. 

© Alessandro Galliani 2017