Tino Marchetti (1978 pag. )

La montagna a volte colpisce i migliori


“Et vest, ù ti di tò soci” m'avverte Giorgio porgendomi il giornale ed accostandosi rapido al banco : un titolo in grassetto, qualche parola, basta, ignoro la fotografia, abbandono sul tavolo il quotidiano aperto per altri studenti; gli stessi di ogni giorno ed avari d'amicizia.

 Me ne vado che il crepitio delle pagine affannosamente sfogliate non s'è ancora spento. Un senso d'impotenza m'invade per sfociare in una imprecazione dura e lenta, maledico lo stagno arido della mia mente, non serve angosciarsi, piangere, comunicare ad altri quel che è successo: nessuno arrampica qui, l'idea stessa è morta, non solo la persona; come quando getti un sasso nell'acqua e ti illudi che tutto finisca nel calmarsi dell'onda, il dolore rimane come la pietra adagiata sul fondo ... e pesante.

Sul tram ritrovo massaie con la borsa della spesa, studenti, impiegati, nella tasca di un operaio scorgo un giornale piegato, quel giornale, lo temo quasi fosse un'arma assurda e raffinata, perché non si sbriciola, non svanisce, le persone del pullman non sanno, sono lì col braccio alzato a cercar sicurezza dalla sbarra di alluminio, hanno fretta, la domenica si trascina ancora nelle loro teste: odio quel giornale come fosse cosa viva, come se fosse sua la colpa.

Suono a Paolo: «ol Tino al ghé piò». Vorrei gridarlo ed invece è un suono secco come di boccia su boccia alla fine della parabola. «Il Tino non c'è più», penso ai suoi genitori che non conosco. Con Marta e Paolo prendo per Lecco: gli vado incontro! «Come son lunghi simili momenti, in precario equilibrio fra vita e morte non sanno da che parte sbattersi, aspettano e si dilatano come se solo da noi dipendesse l'arbitrio d'una sorte avversa».

Discutiamo di cose, di quelle cose, viene spontaneo: dico di sì, di no, taccio e guido. Ma la mente corre altrove aggrappata a quel pensiero: “il Tino non c'è più”  ed appare inutile ripeterlo lentamente , quasi per convincermi e quietare la confusione. Guidando ascolto la carezza calda del sole e l'invito dell'azzurro: “cosa ne faccio di questa montagna ora che non posso rinnegarla, cosa ne faccio ora della sua voce forte e sgarbata ?”.

Aumenta lo stupore e quasi mi scopro egoista. Chi sono io, per rubare il dolore di altri a lui più vicini?  Sono dal Tino, m'accoglie sereno come sempre e silenzioso, con qualche filo d'erba fra le mani semiaperte: chiede scusa più col gesto che con le parole ormai spente. “Lino non fare il Tua” ... È troppo presto per la Gogna, dopo dond'oi». Un consiglio, un aiuto, un pensiero, poche ed essenziali frasi e così anche sul treno per Milano, con la sua domenica impressa sul suo viso e le scorticature delle sue mani valide più d'un racconto.

“Hai fatto la Milano '68 ?!”. Brevi frasi separate da un anno e ciascuna con il proprio intenso significato: mi sento suo amico, mi era amico alla sua maniera, eppure in cordate diverse, forse perché una via non è il Sentierone, forse perché la intendevamo in maniera diversa, forse perché non si era stati assieme abbastanza. “Se non vado in montagna alla domenica - mé resiste mia”.

Quante volte l'ho ascoltata questa frase, oppure intuita da uno scatto nervoso delle sue mani, scandita in italiano nell'allegria assonnata del mattino o in dialetto alla sera per la rabbia di un giorno troppo severo.

 In questo lo sento vicino ed amico ed ancor di più quando il desiderio prima confuso e vago si rinnova e gonfia come un torrente alle prime piogge, scombinando i miei pensieri, non resisto e allora  devo correre, sentire lo scricchiolio della neve e goderne, devo sudare ed ora anche fermarmi, guardare, pensare, insomma devo … tutte quelle cose che in special modo della montagna son sorelle.

Ho cercato di capire Tino in questo, ho rovistato nel mio animo, perché certe cose non sono giuste, perché a volte a certe cose devi rinunciare senza sentirne il peso, serenamente e basta. II divario fra … la sua mente così tecnica e limpida, ed il suo intimo così ardentemente connesso alla natura più aspra e solitaria sono i doni che lui inconsapevolmente porge.

 Ma la domanda più grossa si compone ora,  perché l'ho conosciuto pienamente solo dopo, e qual 'è la verità che il sipario oscuro della morte nasconde quando si rivela in una nuova favilla di vita?

Dopo questo fatto mi sono ripromesso di non arrampicare più: è durata un anno, poi ho ricominciato.

© Alessandro Galliani 2017