In montagna nulla é per caso (2011)

Le idee, i fatti e le esperienze costituiscono una galassia particolare nella mente di ciascun uomo, che aspetta una cosa sola: una sintesi. Accade anche in alpinismo, gli sforzi di molti, i primi tentativi, vengono riassunti da colui che per primo apre quella via, molti altri dopo di lui, percorreranno quell’itinerario facendo propria quell’esperienza, appunto quella “sintesi”. Per il territorio è la stessa cosa, si tenta molte volte, si compiono esperienze, sino a quando si scopre una chiave di lettura e ci si ritrova finalmente all’unisono con altri che hanno percorso quello stesso tragitto. In casa avevo da tempo un piccolo opuscolo pubblicato nel 1988 dal Comitato Scientifico  Ligure – Piemontese -Valdostano, ne leggo alcuni brani e trovo un’ articolo dal titolo: “ Una gita Guidata ” del prof. Lusso, del quale ho chiesto notizie senza purtroppo avere alcun riscontro. Quel testo rappresenta  la sintesi della sua esperienza e rappresenta  la strada da seguire per comprendere i molteplici significati di ciò che ci circonda. Ci si rende sempre più chiaramente conto che l’ambiente attorno a noi non è qualche cosa di informe e casuale ma può essere bensì comparato ad una lavagna sulla quale una molteplicità di agenti hanno lasciato i loro segni, secondo regole e modalità che, se attentamente esaminate, possono essere utilmente decodificate. In ciascun ambiente vi sono interconnessioni tra agenti e strutture territoriali. Il territorio dunque è sintesi di interazioni complesse sia di tipo fisico che di tipo antropico. Quando si entra in contatto con il territorio, ci si rende conto che si ha a che fare con una multiforme stratificazione di situazioni da quella geologica, a quella morfologica sino a quella antropica ed archeologica, per cui si lavora su di una realtà complessa, prodotto finale di molteplici forze interagenti fra loro.

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Esiste un bellissimo testo dell’archeologo Carmelo Prespitino,  guarda caso ancora un autore ligure che titola:  “Oltre il segno” (1998),  Lusso per quanto riguarda i  “segni lontani” dice: “L’uomo ha sempre agito sul territorio, continua da agire, ha lasciato nel passato  segni che a loro volta diventano “dati” importanti della realtà odierna.

Italo Pucci, genovese,  ha potuto scrivere  “I culti naturalistici della Liguria antica” seguendo esclusivamente sia segni archeologici che toponomastici. Terra sicuramente felice la Liguria, da questo punto di vista,  se consideriamo che in bergamasca abbiamo impiegato almeno cinquant’anni per ritrovare questi “segni” significativi che ci ricollegano alla storia archeologica alpina. Su “Quaderni Brembani 2011” troviamo infatti un articolo del tutto particolare che ha per titolo “ Incisioni protostoriche e incisioni Leponzie su roccia alle sorgenti del Brembo” . L’articolo è di Stefania Casini,  commenta i recenti  ritrovamenti avvenuti in Val Brembana ed è dedicato a Felice Riceputi da poco scomparso. Questi ritrovamenti ma soprattutto la loro interpretazione sono storicamente sconvolgenti ed aprono il nostro panorama archeologico a dismisura. Anche in questo caso i “ segni” erano presenti sul nostro territorio da millenni, ma nessuno ancora ne aveva preso coscienza, tenendo conto che ci sono voluti tre anni per interpretarli. A buona ragione Lusso prosegue il suo commento affermando che …. Il paesaggio, pur essendo soltanto un aspetto del territorio, ha però un grande valore cognitivo, in quanto rappresenta la fotografia di una realtà molto complessa, costituta da alcuni elementi fondamentali sia di tipo fisico che di tipo antropico. Introduce quindi un’ altro  concetto molto particolare legato alla lettura del territorio: quello di “elemento” unitamente a quello già citato di “agente del territorio” intesi entrambi come “funzioni” che si possono anche interscambiare fra loro. Per  farlo utilizza un esempio molto familiare a tutti noi: quello del bosco di castagno. Il castagneto è un elemento del territorio …. l’agente è l’uomo che lo ha coltivato, ma a sua volta il castagneto influenza le abitudini dell’uomo stesso (tipo di alimentazione, utilizzo di materiali, ecc) e dell’ambiente circostante, così a sua volta è sia elemento che agente. Questa affermazione appare come un’espansione filosofica del nostro pensiero oppure un gioco; ma se elaboriamo attentamente questi concetti, raggiungiamo secondo Lusso. Una ricchezza di indicazioni e stimoli quanto mai interessanti” e non gli si può dar torto. Proprio per una mancata attenzione a questi preamboli, in Valle Brembana non si sono trovati, per anni, quei “segni” legati ad un lontano passato che stanno vigorosamente caratterizzando la preistoria e la protostoria Brembana. In alta montagna, sui pascoli e sulle praterie l’agente” uomo” ha vissuto, diciamo pure per millenni, ma non si era in grado di “vederne” gli elementi: non li ha visti neppure che tracciava i sentieri mettendo il nostro segno rosso bianco rosso sulle “pietre incise anticamente;  mentre ancora, l’agente “uomo” non frequentava, o comunque molto poco, a mio avviso,  la media valle e lo dimostrano gli scarsi ritrovamenti archeologici, praticamente rinvenuti solo a  Zogno e  Piazza Brembana: eppure proprio in questi luoghi, cioè nella media valle,  si sono cercati segni che non potevano appunto essistere. Capito questo inconsciamente, è cioè che se non si reperisce niente in un luogo occorre semplicemente cercare in un altro,  mi è brillata l’intuizione, ormai diversi anni or sono,  che per trovare qualche cosa di significativo occorreva per forza di cose spostare le ricerche in alta quota. L’intuizione era buona, ma occorre anche fortuna e presenza sul territorio, per cui nello stesso momento nel quale io giungevo alla mia “sintesi” altre persone effettivamente trovavano quei “segni” che si cercavano almeno da cinquanta anni. Le presenze archeologiche presenti da Ca San marco sino alla Forcella Rossa o quelle della Baita Armentarga, ripagano dunque abbondantemente sia le attese degli appassionati che quelle degli addetti ai lavori.

Il prof.  Lusso prosegue ancora con altri spunti ed esempi che ci dimostrano una sola conclusione: elementi ed agenti sono legati fra di loro in un concatenamento a volte notevolmente difficile da interpretare se non conoscendo a fondo ed unendo fra loro altre caratteristiche. Si va dalla presenza locale di un certo tipo di roccia, all’aspetto climatico, come ad esempio la piovosità, che determina o meno la presenza dell’uomo e delle relative coltivazioni. L’aspetto  geologico è legato al ritrovamento di minerali significativi: la Valle di Scalve con l’economia conseguente  ne era un potente esempio, l’aspetto climatico inteso nella sua evoluzione,  mostra moltissimi  esempi di endemismo botanico delle nostre montagne, ma determina anche la presenza dell’uomo in alcuni luoghi,   per l’aspetto idrografico e morfologico pensiamo al fatto di poter trasportare legnami lungo un corso d’acqua o alla possibilità o meno di raggiungere un dato luogo, con l’opportunità di spostare mandrie o raggiungere praterie e pascoli. Si tratta di particolarità che in fin dei conti caratterizzano la storia dei luoghi e danno filo da torcere ad appassionati e studiosi. Non dimentichiamoci inoltre della cartografia o degli antichi  toponimi che purtroppo,  almeno da noi,  sono,  a differenza della Liguria, per lo più scomparsi.  Ne troviamo infatti al momento solo scarsi esempi  come il monte “Duno” a  Clanezzo: esempio di insediamento celtico, come celtici sono i vari monti “Bastia” presenti  a Bergamo, a Scanzo, (dove ancora adesso, incredibile ma vero,  esiste una porzione dell’originario “vallo difensivo), sul Monte Misma  e a Nembro.  Altro esempio di insediamenti che ha conservato il toponimo originale è la località  “Ruch, posta sopra Petosino: il termine è da ascrivere al linguaggio dei Goti e significa “pendio terrazzato”. Probabilmente anche il Monte Aga, situato,  guarda caso a guardia della Baita Armentarga e delle sue incredibili incisioni, potrebbe aver  ereditato il proprio nome da quello delle “aiguane” o “agane”: divinità legate al culto dell’acqua. Anche l’elemento “bosco” ha subito molti cambiamenti. In sponda destra orografica della Val Biandino non vi son praticamente alberi e questo pare sia dovuto,secondo alcuni studiosi, al disboscamento intensivo avvenuto in epoca romana per la “coltivazione” delle miniere di ferro presenti in Val Varrone ed anche al lago di Sasso proprio sotto il Pizzo dei Tre Signori. Per inciso alle “baite di Sasso” è visibile un riparo sotto roccia che risale al nono millennio a.C. Nominando il Pizzo dei Tre Signori possiamo introdurre un’altro “elemento” fondamentale: quello di  “confine”. Il confine agisce sugli scambi, nell’organizzazione del territorio, caratterizza la forma dell’abitato sino aa influire nel particolare costruttivo delle case. La Valle Brembana in questo caso è un luogo privilegiato, pensiamo alle baite con i tetti in piode della Valle Imagna e Taleggio,  pensiamo alle fortificazioni  del medioevo poste in territorio bergamasco ma che un tempo difendevano le proprietà milanesi come ad Averara. Il confine inoltre può diversificare, perché infatti appare difficilmente spiegabile come nel versante valtellinese del valico di Ca San Marco, negli alpeggi, al  Barek (termine di origine celtica che indica un recinto pastorale) si affianchi il Kalek: cioè un ricovero in pietra per il pastore, mentre sul versante brembano  compare il solo recinto per il bestiame. Al confine si associa anche il discorso del “valico”: sacro in tempi preistorici e dei santuari,  sorti in alcuni casi quali baluardi fra mondo protestante e cattolico come ci mostra ad esempio quello  di Ardesio. Tali differenze si rilevano anche in casi più semplici come ad esempio  la presenza del rito ambrosiano e romano nella stessa valle,  che stanno quindi ad indicare antiche divisioni territoriali. Nella sua dissertazione il prof. Lusso riporta esempi legati alla su terra d’origine che sicuramente hanno valenze tanto intense quanto particolari, ma come abbiamo visto che avvalendosi delle sue osservazioni,  si possono trovare esempi di “lettura del paesaggio” ovviamente in ogni luogo. Il suo invito è quello di leggere continuamente i “segni” per ricostruire ed interpretare la storia dei “luoghi”. Questa attività mi  avvicina al territorio , alla sua gente, alla sua vera identità, ed acuisce il mio desiderio di vedere valorizzate le varie emergenze, di qualunque genere esse siano, affinché l’uomo stesso, possa vivere al meglio nei luoghi d’origine,  portando armonia e dialogo e non disordine,  frenesia e frastuono.

© Alessandro Galliani 2017