Scalve nel tempo (2002)

PREMESSA

Geologia ed antropologia ci accompagnano lungo il corso dei millenni mostrandoci continui mutamenti morfologici e conseguenti riadattamenti umani. In questo contesto, l’evoluzione culturale vede il bacino del Mediterraneo fungere da amplificatore delle spinte propulsive provenienti dall’Asia minore. Un esempio fra i molti relativo a cambiamenti ed a “ Volani storici” ci è fornito da Catal Hoyouk in Anatolia che nell’VIII millennio, per dimensioni ed organizzazione poteva considerarsi una città moderna se confrontata con la realtà dell’Europa dove si viveva e si vivrà ancora a lungo nelle grotte.

PRIMA DEL TEMPO

Per collocare la Valle di Scalve in un contesto evolutivo più ampio, dobbiamo ricondurci alla sua posizione geografica che la vede in contatto attraverso un buon numero di valichi alpini con la Valtellina, la valle Seriana e la Valle Camonica (un’attenzione particolare merita l’altopiano di Osimo Borno). Essa offriva certamente un buon rifugio per la popolazione indigena, consentendo al contempo scambi commerciali con le zone contigue Lombardia compresa ovviamente. Le popolazioni (“culture”) di queste aree dal VI millennio in poi (Neolitico) vengono via via affermandosi, incontriamo così culture Liguri, Retiche, Palafitticole padane, Poladiane e successivamente Golasecchiane, Etrusche, Villanoviane, e Celtiche: è possibile quindi ipotizzare quella “Camuna” come risultante della miscellanea delle culture menzionate.

UN GIORNALE DI PIETRA

 Tutte le varie fasi evolutive (almeno nove per la Valle Camonica) dall’ VIII millennio (Epipaleolitico) sino all’epoca storica sono incise su pietre. Nel IV millennio a causa di assestamenti sia militari che religiosi si ritrovano, dal Caucaso al Portogallo e dalla Corsica sino alle Alpi, almeno 550 stele, delle quali ben 29 in Valle Camonica ed alcune appunto sull’altipiano di Ossimo­-Borno. Sparse in tutta l’Europa, sono reperibili circa 300.000 incisioni; (si tratta sicuramente di un numero molto ridotto rispetto al panorama reale),  di carattere simbolico eseguite probabilmente da sacerdoti (Liguria: Monte Bego, con migliaia di incisioni ed il  Beigua con la “Pietra scritta”, Il “Dolmen” e la “Strada megalitica” ; Vallese, Valtellina, Valle Camonica, Monte Baldo ed ultimamente fortunatamente e dire finalmente anche  valle Brembana) ed un 1.000.000 di rappresentazioni minori o “laiche” che ci accompagnano sino al Medioevo, come testimoniano ad esempio, le croci cristiane del Beigua reincise su “cruciformi” precedenti. Significative sono le rappresentazioni del disco solare, le figure di carri a ruote piene (Bronzo- III millennio), le scene di lotta  Ferro – IX secolo a.C.), le figure di carro a ruote raggiate (VI-V secolo a.C.)  e le incisioni in carattere reto/etrusco (V secolo a.C) o ancora le incisioni brembane all’Armentarga che rappresentano guerrieri con corazza e lancia di origine medioevale.

UN ANTICO VIAGGIATORE L’uomo preistorico ha dovuto ovviamente adattarsi alle varie situazioni morfologiche (ne sono esempio la difficile ed antichissima area nord europea detta degli “Zoccoli” e dei Blocchi”, il settore Ercinico più moderato, che raggiunge ed oltrepassa gli Urali ed il sud Europa detto delle “pieghe” e delle “fosse di sedimentazione”, caratterizzato da instabilità strutturale ma comunque transitabile) e climatiche, ma questo non gli ha impedito comunque di viaggiare e comunicare, instaurando forme di organizzazione economica complementare. Questa sintetica premessa ci porta all’importante, ma forse solo per noi moderni scontato concetto, di montagna o rifugio o con termine tecnico “ bastione”: punto d’appoggio per etnie diverse che dovettero al contempo sia proteggersi che sopravvivere (Valle di Scalve compresa)   L’inacessibilità diventa quindi garanzia di sopravvivenza ma anche condizione di vita precaria ( non è certo una novità per i nostri valligiani) da cui scaturisce il bisogno di instaurare rapporti di gemellaggio con le popolazioni vicine. Le capacità di spostamento appaiono comunque abbastanza eccezionali, ad esempio nel III millennio i così detti “ portatori di vasi a collo quadrato” dalle Lipari e dalla Sicilia migrano verso la Liguria, la Lombardia ed il Piemonte mentre nel 1700 a.C. i commercianti di Ambra, importata dal Baltico e dal Nord raggiungono l’Italia attraverso il Brennero.

 

L'UOMO DEL FREDDO

dovette affrontare situazioni climatiche assai mutevoli. Da condizioni simili alle nostre, passa attraverso il lungo periodo delle glaciazioni (iniziato 100.000 anni fa) che presentano una fase acuta da 70.000 a 10.000 anni fa (blocco dei valichi alpini e ridislocazione degli insediamenti) conosce un florido sviluppo economico (Età del Rame) ma deve affrontare attorno all’anno 1000 a.C. una nuova crisi dovuta all’impoverimento delle miniere del rame (passaggio alla tecnologia del ferro) e ad un nuovo mutamento climatico (cambiamento delle dislocazioni vegetazionali).

 

UN PASSO AVANTI - LA SCRITTURA - I RETI  VI SECOLO a.C.

Linguistica ed archeologia retica informano di una vasta e frazionata presenza insediativa mentre le testimonianze più antiche ci portano dalla distruzione della Como romana (94 a.C.) sino a testimonianze più pacifiche come quella della  produzione di vino (Verona, Como). Queste popolazioni erano in contatto con i Lepontii (S.O. del lago Maggiore), con gli Elvezi (Lucerna, lago dei 4 Cantoni) e con i Vindelici (lago di Costanza) ad esse per gli influssi che ne derivarono sono da aggiungere le popolazioni  Venete ed  Etrusche. Questa configurazione ci porta verso l’individuazione di 4 tipologie principali di scritture alfabeti formi e sinistrose, secondo l’uso etrusco e ci informa dettagliatamente sui territori occupati. Abbiamo così l’alfabeto di Lugano (lago Maggiore e Como), l’alfabeto di Sondrio e Valle Camonica (Como, lago di Iseo e Garda), quello di Bolzano- San Zeno (sino alla bassa valle dell’Inn) e l’alfabeto di Magrè (Brenta- Piave) Il primo ci orienta verso l’esistenza di collegamenti celtico, liguri e retici e quindi dice di influssi indoeuropei che caratterizzarono anche il venetico. Gli altri tre gruppi al contrario, non son da ascrivere ad un ceppo indoeuropeo, anche se subiscono gli influssi della cultura Etrusca (questo fatto non comprova la penetrazione etrusca nel territorio alpino. E’ anche da sottolineare che gruppi celtici convissero pacificamente con i veneti, ancora prima delle invasioni galliche e che i veneti stessi conservarono la propria indipendenza sino all’integrazione con i Romani.

 

GOLASECCA

E’ la principale realtà etnico-culturale precedente l’invasione gallica (388 a.C.) L’area occupata si estendeva da est sino al corso dell’Adda e del Serio, era limitata ad ovest dal Sesia, a nord dal Toce, dal Ticino e dalla Moesa e a Sud dal Po. In seguito agli smembramenti del VII e VI secolo, Bergamo si trova associata con l’area del Serio, del Brembo e dell’Adda: alla Valsassina, a Como con il suo bacino lacustre e alla Brianza. Queste vicende sono testimoni del passaggio da un’organizzazione territoriale per comunità sparse, prive di gerarchie, alla creazione di nuoci ventri “Protourbani” L’invasione gallica, ferma questo processo di crescita economica e di sviluppo, i Celti infatti più dediti alla pastorizia che allo scambio commerciale.

 

DA ROMA ALLA TRADIZIONE

La colonizzazione romana (100 a.C.) lascia tracce evidenti. Le varie stele ritrovate in Valle Seriana ci accompagnano sino a Clusone. In Valle di Scalve furono sfruttate le miniere di ferro, rame e piombo. Caduti il Sacro romano Impero d’occidente, dobbiamo arrivare al medioevo per ritrovare notizie storiche certe. Fu certamente importante la dominazione venetea, alla quale gli scalvini dimostrarono fedeltà. I tempi più recenti ci parlano della tradizione, quella tramandata sia oralmente che attraverso le testimonianze ed il fascino dei vecchi strumenti di lavoro ( Museo della Valle di Schilpario) Lo sfruttamento del pascolo, la pastorizia, l’estrazione mineraria (sino al 1980), l’antica lavorazione del lino e della canapa, l’utilizzo dei carri per il trasporto dei materiali, sono elementi ancora vivi nei ricordi per alcuni ancora attuali.

 

PRIMA E DOPO

Un rapidissimo galoppo ci ha trasportato lungo il corso dei millenni, ma le notizie da riportare, per non defraudare indecorosamente storia e tradizione di questa valle sarebbero ancora molte. Ancora la preistoria ci dice di un antico e diretto percorso che collegava Schilpario a Borno. “Vicus Major” e “Vicus Minor”, non lasciano dubbi sulla presenza romana. Si hanno anche testimonianze della presenza longobarda (570) e franca (764). Dai monaci di Tours la valle passa ai vescovi di Bergamo, successivamente alla potente famiglia dei Capitanei ed infine agli scalvini stessi (1222), Bondione diventa autonoma. Attorno al 1300 avviene la suddivisione del territorio in Vicinie e si compongono i primi statuti (1370). Contemporaneamente sorgono le parrocchiali più antiche, quelle stesse che più avanti ospiteranno le opere degli scultori Fantoni e Visinoni e di molti pittori: Carpinoni, Cifrondi, Quarena, Coghetti, Albricci e Cavagna, per citarne alcuni. Nel 1400 la valle decide per la fedeltà a Venezia, la carestia del 1628 preclude alla grande peste del 1630; sempre in questo periodo le Vicinie si trasformano in Bine; si aggiornano gli statuti ( la tortura è ancora in vigore), la Valle di Belviso, acquistata dagli Albrici è annessa a quella di Scalve. Nel 1659 avviene una sconvolgente inondazione, nel 1797 si instaura la Repubblica Cisalpina, decade la suddivisione in Vicinie e Bine. Nel 1782 nasce a Schilpario Angelo Maj futuro cardinale ed illuminato umanista. Nel 1815-16 una nuova carestia colpisce la valle, ma l’intraprendenza della popolazione non viene meno; si apre una strada: la Via Mala attraverso il Dezzo (1844) che vedrà la comparsa della prima corriera nel 1914. Ma si avvicinano momenti tragici. Il primo dicembre 1923 la diga del Gleno, a causa di una criminale incuria costruttiva, si apre in un abbraccio di morte, segnando per la Valle di Scalve una tappa storica tragica ed indimenticabile.

© Alessandro Galliani 2017