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Alpinismo al femminile

Le prime femminili

1808 Monte Bianco Marie Paradis, (1778 – 1839): chissà cosa pensava Marie Paradis, cameriera in una locanda di Chamonix, quando  accettò di seguire un gruppetto di guide capitanate da Jacques Balmat sul Monte Bianco.

1838 Monte bianco Henriette d’Angeville, (1794 – ?): nell’estate 1838 una nobildonna francese di 44 anni, colta e indipendente, decide di scalare il Monte Bianco

1900 Beatrice Tomasson – Parete sud di punta Penia (Marmolada con bufera)(1859 – 1947)     

1864 Monviso Proprio il prossimo 16 agosto cade il 150° anniversario della prima ascensione femminile al Monviso. Nel 1864 raggiunse la vetta Alessandra Boarelli, moglie del sindaco di Verzuolo e con lei raggiunse la cima anche un’altra donna, la damigella quattordicenne Cecilia Fillia, figlia di un notaio. Ma l’impresa (indubbiamente notevole per quegli anni) fu accolta così dal quotidiano La sentinella delle Alpi: Ora che è provato che perfin le donne raggiunsero quella punta culminante, che fino all’anno scorso si credette inaccessibile, chi sarà quel touriste che si perderà all’atto della prova?».

1871 Cervino Lucy Walker passa alla storia come la prima donna a scalare il Cervino. E poi ci sono Beatrice Tomasson, facoltosa donna inglese che nel 1901 con due guide aprì per prima la parete Sud dellaNel 1871 toccò a Lucy Walker passare alla storia come la prima donna a scalare il Cervino.

1871 Jungfrau Meta  Claudia Brevoort,   prima salita inv.  (1825 – 1876 )

1894 Annie Smith-Peck, terza donna sul Cervino nel1894  (1850 – 1935)        

1900 Irene Pigatti, collezionista di prime ascensioni  (1859 –1937)                   

1901 Marmolada Beatrice Tomasson, facoltosa donna inglese che nel 1901 con due guide aprì per prima la parete Sud della marmolada

1906 Pinnacle Peak 6930 m,     Fanny Bullok Workman 

1908 Huascaran, 6768 m,         Annie Smith- Peck

1932 Cervino         Miriam O’ Brian e Alice Damesme, da sole sulla montagna

1940 Aconcagua: 6962m ,  Adriana Bance, francese,  prima donna in vetta

1960 Monte Rosa                        Punta Gnifetti 1960 – è passata alla storia anche l’impresa di 100 audaci alpiniste che il 27 luglio 1960, con una temperatura di 7 gradi sotto zero e venti fortissimi raggiunsero riunite in diverse cordate la punta Gniffetti del Monte Rosa, a 4459 metri.

1964 Eiger              La prima salita femminile (e cinquantesima assoluta) fu effettuata nel 1964 dall’alpinista tedesca Daisy Voog.

1975 Everest         Junko Tabei prima donna sull’Everest

La scalatrice perde a 77 anni la sua battaglia col cancro. Nel 1975 aggiunse la vetta del Pianeta e nel 1992 completò la scalata delle Seven Summits, ovvero le montagne più alte per ciascuno dei sette continenti della Terra

Il monte Everest fu scalato nel 1975, a termine di un percorso nato 5 anni prima, quando il giornale giapponese Yomiyuri Shimbun e la Nihon Television avevano deciso di organizzare una spedizione esclusivamente femminile per la conquista dell’Everest. Le 15 alpiniste tentarono l’impresa salendo per il Colle Sud e la cresta sud-est.

Nonostante una valanga che mise a repentaglio la vita delle donne, la Tabei guidò il gruppo fino a toccare per prima la vetta il 16 maggio 1975. La Tabei è stata anche la prima donna a completare l’ascensione allo Shisha Pangma nel 1981. E nel 1992 terminò la sfida delle Seven Summits. Laureata in letteratura inglese, 1969: fondò un club di alpinismo per sole donne. Non ha mai smesso: anche dopo che le era stato diagnosticato il cancro.

1981 Shisha Pangma Junko Tabei

1984 Nanga Parbat Liliane Berrard, salita insieme al marito Maurice.

1997 Cerro Torre Rosanna Manfrini, campionessa italiana di arrampicata, prima donna in vetta

1992 Seven Summits Junko Tabei     

1992 Eiger Catherine Destivelle realizza la prima solitaria femminile invernale, impiegando circa 17 ore a salire la parete.

1993 El Capitan Lynn Hill prima salita in libera della via The Nose 

1995 Everest Alison Heargreaves, in solitaria e senza ossigeno

1998 Nanga Parba Nives Meroi : prima italiana

2012 –  Seven summits – Suzanne Al Houby – Palestinese

PAMELA CALUFETTI – 5 dicembre 2012 –

Suzanne Al Houby è sulla vetta del Puncak Jaya, la montagna più alta dell’Oceania. L’alpinista ha conquistato un nuovo record essendo la prima donna araba ad aver raggiunto la cima del Puncak Jaya, la vetta più alta dell’Oceania.

Tra lei e il raggiungimento delle Seven Summits si interpone solamente la montagna più alta del Nordamerica: il McKinley. Suzanne Al Houby è originaria di Jaffa, in Palestina, ma lavora per un’importante azienda a Dubai dove vive con la famiglia. La 41enne è una grande appassionata di alpinismo tanto da essersi posta un ambizioso obiettivo: essere la prima donna araba a scalare le Seven Summits, ovvero le sette montagne più alte di ciascun continente.

L’impresa è iniziata nel 2002 quando Suzanne ha scalato il Kilimanjaro. Alla vetta più alta dell’Africa sono seguite quelle europee: il Monte Bianco nel 2004 e il Monte Elbrus nel 2005. Nel 2009 ha raggiunto la cima dell’Aconcagua, in Sudamerica, mentre nel 2010 è toccato al Monte Vinson, nell’Antartide. La notorietà della sua impresa arriva nella primavera del 2011 quando raggiunge gli 8848 metri del Monte Everest. L’ultima in ordine di tempo è stata la vetta più alta dell’Oceania: il Puncak Jaya. Questa montagna, conosciuta anche come Piramide Carstensz, sorge sull’isola della Nuova Guinea e raggiunge i 4884 metri. In ciascuna delle vette raggiunte ha conseguito il record di prima donna araba ad averle scalate.

Ora le resta solo il McKinley, la cima più elevata del Nordamerica, per aggiungere altri due record: prima donna araba ad aver scalato la vetta del Denali (altro nome del McKinley) e prima donna araba ad aver scalato le Seven Summits.

ALPINISMO AL FEMMINILE

L’alpinismo al femminile raccontato da Ingrid Runggaldier – Serata in verticale all’Archivio Storico delle Donne L’arrampicatrice gardenese è autrice di “Donne in ascesa”     di Daniela Mimmi               20 novembre 2012             BOLZANO

Frauen im Aufstieg- Donne in ascesa”, edito da Raetia.

Tradotto solo in tedesco

Le donne alpiniste sono e sono sempre state trasparenti. Hanno attraversato la storia come diafani fantasmi inconsistenti. Nessuno le ha fotografate nelle loro imprese, nessuno ha scritto di loro. Perché l’alpinismo è da sempre un mondo maschilista, gli uomini hanno sempre scritto di uomini, e le donne hanno scritto degli uomini. E invece le donne alpiniste ci sono sempre state.

Come le aviatrici. Anche loro trasparenti, mentre attraversavano i cieli, e a nessuno interessava niente. Erano donne che strappavano la voglia di avventura alla noiosa routine domestica, che salivano le cime per non sprofondare nel pavimento delle loro cucine, che sfidavano l’ignoto quando la società, come sfida, imponeva loro solo quella di fare figli. A queste donne (finalmente) ha reso giustizia Ingrid Runggaldier, autrice di “Frauen im Aufstieg- Donne in ascesa”, edito da Raetia. La scrittrice gardenese parlerà di queste donne “trasparenti”, oggi alle ore 18, presso l’Archivio Storico delle Donne di Bolzano, in Piazza Parrocchia 16 a Bolzano, insieme a Eva Cescutti. Nata a Bolzano nel 1963 e cresciuta a Ortisei in Val Gardena, Ingrid Runggaldier proviene da una famiglia di alpinisti: il padre, Franz è stato guida alpina e uno tra i fondatori delle famose guide alpine Catores e del Soccorso Alpino della Val Gardena.

Lui ha insegnato alla piccola Ingrid ad amare la montagna portandola sulle cime più belle delle Dolomiti. La madre di Ingrid, alpinista anche lei, è stata la prima donna membro volontario effettivo del Soccorso Alpino in un’era cosiddetta pre-cellulare.

«Era praticamente relegata sempre in casa ad aspettare le telefonate – ci dice la Runggaldier – Erano gli anni Sessanta-Settanta, e i cellulari non esistevano. Ma a mia madre non dispiaceva, sapeva che anche in quel modo poteva rendersi utile». Ingid Runggaldier lavora come traduttrice presso la Provincia di Bolzano e ha tradotto e pubblicato svariati testi dall’inglese in ladino. Ha realizzato vari programmi radiofonici e reportage televisivi, tra i quali “Daheim in Jerusalem” e “La montagna al femminile”, con il quale ha partecipato a vari Festival, compreso il Cervino International Film Festival ed è membro del Consiglio Direttivo del Filmfestival della Montagna di Trento. Le chiediamo come mai ha deciso di dare voce a queste donne mute, oltre che trasparenti: «Perchè nessuno ha mai parlato di loro ed era giusto che qualcuno lo facesse. L’ambiente dell’alpinismo è molto maschilista, non è un segreto. Le donne scalavano, hanno anche ottenuto dei buoni risultati, ma non potevano iscriversi neppure a un club di alpinismo. Le donne scalavano togliendo tempo alla casa e ai bambini, ma erano sempre dietro o vicino a un uomo (anche se erano davanti), comunque non scrivevano nè fotografavano e nessuno le fotografa o scriveva di loro».

Come è strutturato questo libro?

«Sono sette capitoli che seguono un ordine sia cronologico che tematico. È la realizzazione di un’idea nata dieci anni e inseguita con costanza in giro per il mondo. Per documentarmi sono andata in Austria, in Germania, in Svizzera, in Inghilterra e in altri paesi ancora, nei comuni, nei club alpini. Nel 2002 avevo realizzato un film sull’argomento, poi ho cercato un approfondimenti scrivendo questo libro».

Il titolo è metaforico?

«Decisamente. Il tema della salita è intesa non solo come conquista della montagna, ma anche come ricerca di un proprio ruolo nella vita. Questo non riguarda solo le alpiniste: basta pensare alle scienziate, alle aviatrici, alle donne impegnate in politica, a tutte quelle donne che volevano superare confini, salire in cima alle vette, in un mondo che glielo rendeva difficile e spesso impossibile. Le donne non potevano, non dovevano, non riuscivano a salire troppo in alto. Per loro era già un’impresa uscire dalle quattro mura di casa!».

Tra tutte le storie che ha raccolto e documentato ce n’è una in particolare che l’ha colpita?

«E’ una storia divertente, tragica e raccapricciante nello stesso tempo. Intorno al 1870, in Inghilterra, c’era un’alpinista molto brava e dotata, tale Meta Brevoort. Compì diverse imprese e scrisse molti articoli, ma sempre con il nome del nipote, perché era impensabile che una donna scalasse le montagne e pure ci scrivesse sopra. Quando poteva si portava dietro il suo cane, Tschingle. Dopo tante conquiste chiese l’iscrizione al Club Alpino di Londra, che naturalmente le negarono perché era riservato ai soli uomini. Ma accettarono l’iscrizione del suo cane. Immagino che fosse un cane maschio…».

CORDATE ROSA di Nicoletta Pennati – 06 giugno 2014

Sempre più donne in montagna

Cominciano in palestra su pareti artificiali, proseguono su quelle vere, da brivido. A 150 anni dalla conquista del Monviso da parte di Alessandra Boarelli, sono 700 mila le scalatrici e trekker italiane.

C’è poi chi continua con il freeclimbing (magari partecipando alle gare), e cioe sale su roccia naturale o artificiale senza utilizzare i chiodi, e chi invece passa all’alpinismo dove le corde vengono tirate attraverso i ganci e servono per progredire verso la cima.

E quando le donne si impegnano i risultati arrivano. In tante hanno raggiunto l’eccellenza. «La più forte alpinista italiana di tutti i tempi è Nives Meroi» afferma Erri De Luca, scrittore e alpinista, autore di Sulle tracce di Nives (Mondadori). «Ha salito le sue dodici cime “asfissianti”, cioé sopra gli ottomila metri, senza uso di bombole di ossigeno e senza impiego di portatori d’alta quota, i climbing sherpa che si sobbarcano tutto il peso sulle spalle, scavano la piazzola, montano la tenda e fanno trovare il tècaldo già pronto. Nives e un’alpinista con l’apostrofo e quell’apostrofo fa la differenza. Ha anche inaugurato l’alpinismo di coppia, insieme con il marito romano Benet: maschile e femminile per un’antica alleanza annodata in montagna».

E Nives, appena tornata dal Nepal, dove ha conquistato il 17 maggio scorso il dodicesimo ottomila, il Khanchenjung, cosa risponde? «È stata una cima estremamente importante perche e arrivata dopo aver vinto la grave malattia che colpi mio marito nel 2009. Una battaglia che la montagna ci ha dato gli strumenti per affrontare: passo dopo passo, con pazienza e senza mai scoraggiarci. Salire in vetta ancora una volta insieme e stata un’emozione speciale».

Arrampicare èuna scuola di vita. a tutte le eta. «Significa fatica, allenamento costante, concentrazione» dice Marta Cassin, 36 anni, nipote del grande alpinista Riccardo Cassin, morto nel 2009 a 100 anni, cui è intitolata la Fondazione Cassin. «Insegna molto su se stessi e sugli altri. Scalo sempre con un’amica, Mara Pelanconi, e anche se i nostri “morosi” sono entrambi guide, quando siamo sole l’intesa èpiu immediata e piu forte. Ci capiamo con un’occhiata».

«Fare squadra scalando una cima èun modo per accrescere autostima e fiducia in se stesse» afferma Anna Torretta, 43 anni, torinese, una delle 17 guide alpine donna italiane (su circa 1500), la più quotata scalatrice di cascate di ghiaccio in Italia. «Me ne accorgo facendo corsi di alpinismo riservati alle signore: quando una donna si appassiona diventa molto brava perchée piùdiligente, disciplinata, costante. ha anche maggiore consapevolezza e percezione del pericolo».

«Dobbiamo smettere di adeguarci a modelli maschili permeati di competizione e agonismo, e trovare una nostra strada: cosi ci sara un vero cambio di mentalità» conclude Nives Meroi. «L’alpinismo mordi e fuggi, per esempio, sta devastando l’Himalaya. Arrivare ai suoi piedi in elicottero, farsi spianare la via dagli sherpa, salire in vetta con l’ossigeno, scendere e andarsene in fretta. Come è possibile, in questo modo, ricevere dalla montagna i suoi veri insegnamenti?»

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