Categorie
Storia

La 55° Brigata Rosselli

Le foto dei rifugi distrutti appartengono all’archivio di Antonio Bellomi per concessione della figlia ed amica Armida. Si tratta di documenti unici che Antonio amante della fotografia sia naturalistica  che ritrattistica  ha raccolto subito dopo i tragici avvenimenti di seguito descritti. 

Luglio 2008, condivido spensieratezza ed allegria alla Pio X in Biandino con il gruppo di Alpinismo Giovanile del CAI di Bergamo, anche se non riesco a dimenticare i documenti visti in casa di Armida: sono le foto del padre Antonio Bellomi che testimoniano le devastazioni nazifasciste dell’ottobre 44: tutti i rifugi e le baite vi appaiono bruciati mentre l’immagine più triste è quella che ritrae i resti della “Madonna della Neve”: l’amenità del luogo proprio non collima con la crudezza di quelle istantanee. Armida mi fornisce anche diversi testi  fra i quali: Casa Alpina Pio X (Giuseppe Ravasio), Archivi di Lecco (Marzo 1995 – Silvio Puzzo) e l’incredibile nonché voluminoso “Vit de quai sort” (Antonio Bellati) che raccontano della guerra partigiana in queste zone.

Nello scorrere quelle pagine l’emozione è forte: rivedo i luoghi frequentati per svago e soprattutto ritrovo i nomi di tante persone che conoscevo ma che non mi avevano mai raccontato nulla. Sentieri, baite, radure, grotte, valli e vette teatro di agguati e rappresaglie erano i miei percorsi da ragazzo, i nascondigli, quelli che si trovavano per gioco, ed  anche la neve ed il freddo erano per gioco: ma allora sicuramente un gioco non era, vi erano  uomini senza cibo, senza armi e mal vestiti e soprattutto senza giovinezza perché le loro vite rimasero per sempre lassù.

8 SETTEMBRE ’43

La tragedia arriva anche in Valsassina: Scalcini e Noseda erano ufficiali in Jugoslavia, dopo la fatidica data, Scalcini diventa un capo partigiano con il soprannome di “Mina”.  Noseda dichiara: “non avrò pace finché non lo avrò preso e fucilato”. Mina cade ad Introbio mentre tenta la fuga: era stato catturato il 30 dicembre del ‘44 al Baitone della Pianca (Culmine di San Pietro)….

 11 SETTEMBRE ’43

Anche prima dell’8 settembre vi sono atti di insubordinazione come ad esempio la distruzione di un “fascio littorio” posizionato nientemeno che sulla Torre Costanza ai Resinelli. I tedeschi giungono da Bergamo mentre gli alpini di Lecco abbandonano la propria caserma per raggiungere i Resinelli ed il Pizzo d’Erna: trasportano solo le armi che serviranno ai primi nuclei partigiani. Il colonnello Morandi costituisce un Comando militare coadiuvato dall’ufficiale Ulisse Guzzi: nome ovviamente noto nel lecchese; ad Introbio il comando viene assunto da Piero Magni.

17 OTTOBRE ’43

Primo rastrellamento condotto da alpini bavaresi, una colonna sale da Lecco mentre quella di Bellano raggiunge Premana e Introbio. Sono bloccate la valle Imagna, Taleggio e Valtorta. I partigiani avvertiti nella notte raggiungono il Pizzo dei Tre Signori ormai innevato e la Valtellina. Ad Introbio i tedeschi prendono tutti i giovani che trovano, ne uccidono due e come accadrà diverse volte, deportano gli altri. In Erna vi è battaglia per un giorno intero, alla fine gli slavi qui presenti scendono verso Morterone mentre due giovani: Demetrio Zoltan rumeno ed un francese si sacrificano per gli altri; moriranno anche due italiani ed un inglese, il rifugio Stoppani è distrutto.

 12 FEBBRAIO ’44

Alla Pio XI, (passo di Trona), sono accampati anche partigiani russi e slavi, li rifornisce Piero Magni nonché Lino Cademartori, fondatore della famosa marca casearia. Un aereo  della Luftwaffe bombarda il rifugio, mentre un’intera compagnia di SS tedesche e più di 200 militi della GNR salgono da Premana e dalla Val Gerola: la Pio  XI viene completamente distrutta, mentre i partigiani raggiungono i Barconcelli. Si formano proprio in questo periodo le bande partigiane più agguerrite, le guidano Wando  Aldovrandi detto “Al” e Spartaco Cavallini detto “Spa”: braccato per settimane dalla Muti e dalla Gestapo. A Calolzio i tedeschi arrestano il parroco, il suo coadiutore ed il medico del paese, li portano prima a Bergamo, poi a Milano e quindi a San Vittore dove don Bolis morirà per le torture subite.

MAGGIO ’44

Nerina non balla: I partigiani hanno bisogno di armi, di vestiario e di scarpe, si organizzano i primi lanci che vengono effettuati in Artavaggio ed ai Piani di Moasca, ma i risultati sono scarsi perché parte dei materiali si disperde e non finisce nelle “mani giuste”. Nasce anche la banda “Carlo Marx comandata da “Spa”: la disciplina è durissima e le azioni partigiane si susseguono: si parla della Valsassina come di una zona libera.

 2 GIUGNO ’44

I partigiani voglio attaccare la caserma di Ballabio, ci sono “Al” e “Spa” con i propri uomini, è notte, “Spa” intima ai fascisti di arrendersi… un ufficiale esce dalla caserma “Non sparate ho moglie e figli” – “anch’io” risponde “Spa”, “venga qua”. L’attacco sembra riuscire ma all’improvviso ricominciano le fucilate… cade un primo partigiano, il “Fuin” strisciando lo va a prendere, poi una raffica colpisce anche il “Biondo”, il Fuin nuovamente riattraversa la strada e porta via anche lui: il Biondo sta morendo, ma d’improvviso si alza, torna sotto la caserma grida qualche cosa e poi si abbatte. 8 giugno ‘44: Ballabio non ha dato i risultati desiderati, occorre attaccare la caserma di Colico. Sono della partita “Al”con 13 uomini e “Mina”, con 30 uomini, appoggiati da altrettanti partigiani senza fucili ma che saranno utili per portar via le armi: questa volta l’attacco riesce. 24 giugno ‘44: da molti ricordata come “la notte di S. Giovanni”. A Premana dove c’è “Spa” arriva la notizia di imminenti rastrellamenti, si stanno infatti raggruppando 300 uomini della milizia ferroviaria di Ballabio, 200 allievi ufficiali sempre di Bellano, 200 uomini delle brigate nere di Como ed un intero battaglione di SS del comando di Bergamo.

I tedeschi bloccano la Val Varrone, altri avanzano da Piazzo verso Premana. La popolazione è nel terrore, le case vengono devastate, piove a dirotto e per  cinque giorni non vi sono attacchi mentre i partigiani disorientati attendono arroccati sul Legnone. Il 29 per due volte gli uomini di ”Gino” vengono accerchiati ma riescono a sfilarsi. ”Mina” si ferma con due pattuglie. Cominciano le marce forzate nelle zone più alte della montagna, fughe di giorni senza momenti di sosta, senza mangiare e senza dormire. Il 7 luglio dopo 15 giorni di operazioni, brigate nere ed SS lasciano la Valsassina.

 12 AGOSTO ’44

Dopo una serie di colpi di mano, imboscate, esecuzioni di spie, scontri con pattuglie nemiche ed incursioni nei comuni per distruggere le liste di leva, alcuni uomini della Rosselli attaccano la colonia di Piazzo (tra Casargo e Premana) divenuta sede della GNR, l’azione verrà ripetuta il 13 settembre. 2 settembre ‘44, in Biandino, alla casa Pio X si è deciso di costituire il Comando Raggruppamento Divisioni d’Assalto Garibaldina: tale  comando vorrebbe la liberazione del bacino dell’Adda, montagne comprese e della linea Como, Erba, Lecco: importantissima per il valico di Chiasso.

2 OTTOBRE ’44

L’ultimo rastrellamento, tutte le forze disponibili della Repubblica di Salò ed almeno 5 o 6 divisioni tedesche sono impegnate in operazioni di rastrellamento. Raggiungono Ballabio 250 SS con mortai, mitragliatrici pesanti, cannoni anticarro, mentre a Bellano arrivano 200 uomini della Muti: la popolazione è avvertita, in caso di attacchi verranno fucilati 30 uomini per ogni repubblichino perso. Cessa ogni collegamento fra la “89a Poletti e la 55a Rosselli. La Val Gerola è bloccata, vengono occupati Colico, Introbio, Dervio, Piazzo, Pagnona e Premana. I partigiani sono al rifugio Tavecchia in Biandino, altri sono più in alto, alle baite di Abbio come vedetta, alcuni sono al Santa Rita, alla bocchetta di Trona ed a quella di Stavello. Vi sono scontri in tutta la Valsassina, la notte del 7 ad Introbio resta ferito il “Fiorita” che morirà a Mathausen nelle braccia di un’altro partigiano: il Fuin”; ai Barconcelli muoiono tutti tranne il Nazzaro che verrà poi fucilato a Casatenovo.

11 OTTOBRE ’44

I nazifascisti salgono in Val Varrone al comando del colonnello Bernardi, in Artavaggio al comando di Gatti ed in Biandino al comando di Comelli. In Biandino  si scatena l’inferno, la prima sparatoria avviene al così detto “ponte di Ferro”: Guerino Besana, ferito a morte, riesce ugualmente a fuggire, si rifugia in una grotta e muore, il fratello Carlo non lo abbandona, verrà arrestato il giorno dopo, torturato e fucilato il 15. Ad Abbio muoiono 4 dei 28 partigiani presenti, gli altri sono fatti prigionieri. Viene bombardata e distrutta la Pio X, un gruppo di partigiani sfila per Santa Rita e la Val Gerola. Altri quattordici sbandati rimasti senza armi e munizioni vengono riportati ad Introbio, ed immersi nell’acqua gelida del pozzo di villa Ghiringhelli mentre da sopra i fascisti sparano per farli immergere sempre più. Ancora ad Introbio viene arrestata e fustigata Vera Magni nella speranza di catturare il fratello Piero, viene arrestato anche Lino Cademartori: “se i partigiani sparano, ti uccidiamo” Anche don Arturo è sotto pressione: teme per la distruzione degli edifici religiosi della Pio X e delle baite Folat.

 12-13 OTTOBRE ’44

Alcune formazioni di SS tedesche e di mongoli ex prigionieri russi attaccano la Val Taleggio mentre un contingente di Alpini della Monte Rosa accompagnati da uomini delle brigate nere risalgono la Valtorta: il grosso dei partigiani, sfiniti e decimati, sfuggendo agli accerchiamenti raggiunge Morterone.

14-15 OTTOBRE ’44

“Spa” e Piero Losi “Piero”, comunicano che tutte le basi in Valsassina ed in Val Varrone sono state distrutte come pure ogni baita ed ogni ricovero al di sopra dei 1000 metri: la Pio X, compresa la chiesa con le spoglie di San Sereno, il Tavecchia, il Grassi, le baite “Folat” compresa la “Chiesa”, le baite di Biandino e Sasso, il Savoia, il Lecco, il Casari: non ci sono più, mentre si sono salvate Santa Rita, il Castelli ed il Cazzaniga… la situazione è disperata: mancano viveri, munizioni e scarpe: lo sbarramento rigoroso di fondovalle impone ai comandi della prima e della seconda divisione di sfilare verso la Svizzera prima che i nemici chiudano il passo della Teggiola… Le montagne comunque non vengono abbandonate, piccoli gruppi operano ancora per tutto l’inverno sino alla liberazione. Si fa onore anche il Gruppo rocciatori delle Grigne, comandato dal colonnello italo-canadese Lazzarin e da Cassin. Il 26 aprile del 45 Lecco insorge,  il giorno successivo  Cassin spara con un “bazooka” sequestrato ai tedeschi,  viene ferito e successivamente decorato con medaglia d’oro. Purtroppo moriranno invece i suoi compagni di scalate Mario dell’Oro detto il “Boga”, Tizzoni e Ratti (26 aprile). La colonna di Mussolini è bloccata a Dongo, mentre il 28 ottobre del ‘45 le prime camionette anglo americani sono a Brivio.

 TESTIMONIANZE DIRETTE

Fulvia Rupani ha una baita alla “Chiesa” di Biandino ed ancora adesso guida personalmente il suo fuoristrada: segno che il carattere e la tempra sono rimaste quelle di un tempo… “ nel giugno del ‘44, avevo vent’anni, … stavo mangiando al rifugio Madonna della Neve quando vidi arrivare giovani armati… al Tavecchia ci bloccarono, il comandante di quei partigiani era il maresciallo dei carabinieri di Introbio, … quella notte dormimmo al rifugio S.E.L (rif. Bocca di Biandino) allora gestito (e per tanti anni ancora) da Maddalena Tantardini. Il mattino seguente  la Maddalena ci svegliò spaventatissima e ci disse di scappare subito perché  era in corso un rastrellamento… salimmo su per le montagne ed arrivammo a Barzio: da quel giorno iniziò la mia storia di staffetta partigiana…” anche Fulvia venne presa… “il 12 ottobre mi portarono al comando dove fui interrogata dal  Comelli. Mi minacciò di botte se non rivelavo i nomi degli altri partigiani… dopo due giorni  mi riportarono di nuovo al comando, altri interrogatori con minaccia di sevizie oscene… mi frustarono anche ma non parlai. Il giorno dopo mi  portarono a Margno, altri tormenti altre umiliazioni altre sofferenze…”( Fulvia ci lasciato nel 2011)

Don Fumagalli, parroco di Introbio, di quel terribile ottobre tenne un diario testimonianza di infinite   vicissitudini: lo conobbi quando ancora ero uno dei tanti “monelli” del paese. Ecco la conversazione che avvenne fra Comelli e don Arturo immediatamente prima delle fucilazioni del 15 ottobre…

 15 OTTOBRE ’44

Domenica … comincia  a serpeggiare nel popolo la voce che il “sepoltore” sta scavando nel cimitero una grande fossa comune… Dopo mezz’ora di attesa il capitano Comelli riceve il parroco nell’atrio con calma e deferenza… “vi ho chiamato per pregarvi di una cosa, oggi a che ora finite le funzioni?”… Verso le 15”…” Troppo tardi, perché dovete venire a dare i sacramenti a nove o dieci persone che saranno fucilate… ho bisogno che si faccia in fretta, per le 15 tutto deve essere pronto” Anticipate di mezz’ora le funzioni, il parroco e don Mario con la cotta e la stola nascosta sotto il soprabito e recanti il Santo Viatico in tasca si recano verso la sede del comando. Un gruppo di fedeli attoniti e pensierosi li segue con l’occhio dalla piazza… Quattro prigionieri sono liberati, (fra di essi Bice Magni che ho incontrato tante volte in Biandino), mentre altri sei sono chiusi nella ghiacciaia della villa che funge da comando fascista… si apre l’uscio della ghiacciaia e l’ufficiale dice: “Voi sapete che siete stati condannati a morte, perché sorpresi e catturati con le armi, se desiderate confessarvi ci sono qui due sacerdoti. Se avete qualcosa da dire…” la sentinella avvisa il parroco di chiamare se qualcuno osasse tentare qualche cosa…”Stia tranquillo – risponde il parroco smorzando un sorriso sulle labbra – le assicuro che non occorrerà nulla…” terminate le confessioni si da a ciascuno un biglietto per scrivervi l’ultimo saluto ai genitori…

Da questo momento fino all’estremo anelito non un lamento, non un’imprecazione, non una parola di odio… solo qualche lacrima sul ciglio del giovane diciassettenne di Trezzo al pensiero della mamma…. Dopo venti o forse trenta tormentosi minuti di attesa si sale sull’auto corriera n° 15 della S.A.L. col plotone di esecuzione e con il corpo ufficiali, si percorre la provinciale lungo il paese, mentre la gente costernata, a poco a poco, si rende conto della triste realtà…

18 OTTOBRE ’44

Da domenica scorsa si nota molta deferenza verso il parroco, lo si saluta cortesemente, la straordinaria serenità dei sei fucilati avrà forse fatto riflettere i militi ed ufficiali presenti sulla preziosità dell’opera sacerdotale che ve li aveva così ben disposti?… Nessuno però poteva immaginare che proprio il capitano Comelli a distanza di sei mesi, ad Introbio, nel medesimo luogo, nella medesima ora, assistito dal medesimo sacerdote, avrebbe incontrato la medesima fine inferta alle sue vittime… (fucilazioni avvennero anche a Barzio e a Moggio. I partigiani del resto non stavano a guardare, infatti nella relazione che Ganzianelli, detto Gabri comandante della 55a Rosselli, fece di ritorno dopo la fuga in Svizzera, si legge di almeno cinque esecuzioni).

Sul filo del rasoio era pure Antonio Bellomi, autore della foto che accompagna questo testo. Era responsabile delle dighe d’Inferno e Trona, dotate di telefono e teleferiche utilizzate dai partigiani, di questo erano ovviamente al corrente i tedeschi: venne salvato dalla prigione da un dirigente della allora Società Anonima Orobia.  (che conoscevo ma che non fece mai parola di questo).

La Brigata Rosselli comandata da “Al”, nasce ufficialmente il 2 settembre del ’44 alla Casa Pio X in Biandino. Faceva parte della 2a Divisione d’Assalto Garibaldina Lombardia unitamente ad altre due formazioni partigiane: la 86° Brigata Issel (testata Val Taleggio) e la 8° Brigata Cacciatori delle Grigne o Brigata Poletti. La Brigata operò nella Valsassina (Val Biandino, Val Gerola, Legnone) e nella bassa Valtellina.

 I nazifascisti non tollerando questa situazione, ai primi di ottobre del ‘44 lanciarono una grande operazione di rastrellamento con l’intenzione di distruggere rifugi ed alpeggi e rompere con il terrore il filo di solidarietà che legava le formazioni partigiane allapopolazione. La Brigata iniziò una manovra di sganciamento che la portò sino in Val Codera, dove nel frattempo si radunarono anche altre formazioni. Qui la situazione divenne drammatica perché i combattenti erano senza viveri ed in pieno inverno, mentre le avanguardie fasciste si avvicinavano. Venne deciso di sconfinare in Svizzera attraverso ilPasso della Teggiola (m 2490). I partigiani partirono la sera del 30 novembre 1944 con condizioni climatiche avverse: la Val Codera e il Passo della Teggiola erano infatti innevati.. La ritirata, iniziata il 10 ottobre 1944 in Val Biandino, si concluse il 1° dicembre 1944, a Bondo, in Svizzera. In seguito i partigiani furono internati in campi di prigionia svizzeri. Alcuni riuscirono a fuggire e rientrare nel nostro paese per ricostruire la Brigata e continuare la guerra di liberazione. La Brigata, insieme ad altre formazioni, rioccupò la Valsassina ed entrò a Lecco il 27 aprile del ‘45.

IL PERCORSO

Inizia ad Introbio e prosegue per Biandino toccando i rifugi  Madonna della Neve, Santa Rita e  la  Bocchetta di Trona.   Raggiunge poi il Castello (Gerola alta), Pedesina e Sacco passando dall’Alpe Ciof e dal rif. Corte. Da Morbegno, attraversa il piano dell’Adda, si spinge sino a Poira di dentro, risale la costiera dei Cech passando per Prà Succ e l’Alpe Visogno fino al passo del Malvedello  e la Val dei Ratti, traversando Frasnedo. Scende fino a prendere il Trecciolino a Casten, da Casten fino a Codera ed al Rif. Brasca fino all’alpe Sivigia  poi sale alla bocchetta della Teggiola e da qui scende a Bondo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *