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Etnografia

Scalve sentiero naturalistico

Il Sentiero Naturalistico Antonio Curò è un percorso alpino che si sviluppa sulle Alpi Orobie. È stato realizzato dal C.A.I. di Bergamo seguendo per buona parte un percorso di guerra mai utilizzato a fini bellici, ed è stato intitolato al primo presidente della sezione Bergamasca del Club Alpino Italiano. ll Rifugio Curò è stato il secondo a essere inaugurato dal CAI di Bergamo nel 1886, dopo il Rifugio Ca’ Brunona. Il nome deriva dall’ingegner Antonio Curò, allora presidente della sezione bergamasca del Club Alpino Italiano. Nel 1895 il CAI di Bergamo decise di costruire un nuovo rifugio più grande, venne cosi costruito uno poco più ad est del vecchio rifugio a quota 1.895 e venne anch’esso dedicato all’ingegner Curò. Nel 1973 su progetto del geometra Luigi Locatelli ne venne costruito un terzo, con circa 100 posti letto, situato sul Lago del Barbellino a quota 1.915 m. Se si escludono i bivacchi, il Rigugio Tagliaferri è il rifugio più alto delle Orobie, oltre ad essere il più distante da raggiungere da una strada asfaltata. La zona è sotto la tutela della riserva faunistica dei laghi Belviso e Barbellino, e quindi ricca di flora e fauna autoctona. La specialità del rifugista è la Grappa alla menta.

Il museo etnografico di Schilpario è testimone e custode del passato e patrimonio storico e culturale delle genti della Val di Scalve. Attraverso documenti, immagini fotografiche, strumenti di lavoro e oggetti della vita quotidiana, il museo racconta l’esistenza degli abitanti della zona, il lavoro continuo e faticoso che le condizioni ambientali, strutturali ed economiche che hanno imposto agli uomini e alle donne della Valle di Scalve. Il museo, costituito nel corso degli anni ’70-’80 ed inaugurato nel luglio del 1986, è stato inserito in un antico edificio ristrutturato che è, esso stesso, parte integrante del complesso etnografico e culturale: al suo esterno vi è una grande ruota da mulino, con le pale azionate dall’acqua del torrente Dezzo che vi scorre a fianco, collegata all’interno con ruote dentate che azionano macina, frantoio e torchio per la produzione dell’olio di lino, oltre alla macina per il frumento. I macchinari si trovano nel piano seminterrato del museo, mentre arnesi ed attrezzi sono distribuiti fra questo stesso piano e quello superiore. All’ingresso del percorso espositivo due pietre, profondamente solcate, testimoniano il duro lavoro degli “strusì” che con le slitte (“lese”) trascinavano a fondo valle il minerale di ferro estratto dalle miniere della zona; inizia poi l’esposizione di attrezzi per il lavoro dei campi. Collegati all’allevamento del bestiame, alla pastorizia ed alla attività casearia, vi sono vari oggetti originali, dalle museruole per i vitelli ad un arnese per raddrizzare le corna alle bestie; bacinelle e ciotole per contenere il latte o per raccogliere la panna; vari tipi di zangole e stampi per il burro, decorati ad incisione; originale un arnese in legno chiamato “tessera” e datato 1794, che serviva per misurare e registrare la consegna del latte. Si passa poi alle attività esclusivamente femminili: filatura e tessitura di lino, canapa e lana, con i relativi attrezzi; lavori legati alla vita di ogni giorno con i suoi vari aspetti, dalle pratiche religiose alla cura dell’infanzia. Il percorso al piano terra si chiude con attrezzi da cucina e oggetti domestici utilizzati nella vita quotidiana. Al piano inferiore del museo sono esposti alcuni finimenti degli animali da traino, una ruota i carro e due “birocci” riservati al trasporto di persone, e ancora, testimonianze del lavoro di falegnami, carpentieri e carbonai e alcuni attrezzi per il lavoro in miniera. 

LE CALCHERE O FORNI DELLA CALCE. NOTEVOLE PRESENZA IN VALLE DI SCALVE

CENNI STORICI

L’impiego della calce “aerea” (legante cementizio) era già noto prima dell’età del bronzo (e la sua scoperta fu probabilmente analoga a quella della “terra cotta”), infatti si è riscontrato l’utilizzo di calce addirittura nel “nuraghe” di Melas, presso Cagliari. Nel costruire il focolare in terreno non argilloso ma calcareo, l’uomo preistorico, si accorse che la pietra una volta riscaldata e poi raffreddata si trasformava in polvere, questa polvere a contatto con l’acqua formava un impasto plastico divenendo successivamente un materiale compatto simile alla roccia stessa. In tempi relativamente più recenti, Plinio il Vecchio, (23-79 d.c.) nella sua “Storia Naturale” vera e propria enciclopedia  in 36 volumi, parla dell’applicazione della calce, utilizzata ad esempio nella costruzione dell’acquedotto Appio, progettato come la stessa via Appia da Appio Claudio Cieco (300 a.c.) ed attinge abbondantemente dai dieci volumi di Vitruvio, scomparso circa un secolo prima. A distanza di secoli, cioè nel rinascimento, le note tecniche di Vitruvio (la prima traduzione delle suo opere fu eseguita a Venezia nel 1484)  vennero riprese  dagli architetti del tempo,  come: Leon Battista Alberti, Andrea Palladio, Vincenzo Scamozzi e dal francese Delorme.

I FORNI

Solo dall’epoca romana si hanno descrizioni e resti di forni per la calce, in Grecia ed in tutto il mediterraneo si cuoceva invece in fornaci “di campagna” molto rudimentali. Di fatto i sofisticati forni romani, costruiti a doppio cono, con  mattoni ed impasto di argilla (quindi allestiti con materiali isolanti e refrattari, come i moderni altiforni) che dopo la prima cottura diventava stabile e resistente, dotati di  colonna centrale di sostegno e piani inclinati di carico della legna e scarico delle ceneri, vennero utilizzati solo in tale epoca, successivamente si diffuse (salvo casi particolari – in Liguria ad esempio) l’uso di  forni cilindrici semi interrati. Addirittura nel medioevo, per la mancata applicazione delle tecniche tramandate da secoli, si riscontrò un decadimento generale delle tecniche e della qualità delle calci. Solo dal XII al XIV  si ebbe un risveglio, ritornando all’utilizzo delle fornaci intermittenti come quelle romane, in muratura e a legna, per passare nel XVI a quelle a griglia con carbone. Nel 1729 Belidor, raccomandava di aggiungere alla calce, pezzi di tegole e le scorie da forgia, il tutto accuratamente macinato, come del resto, almeno per i mattoni, facevano già i romani (tale tecnica ad esempio è stata utilizzata nella costruzione del piccolo acquedotto romano, in alcuni tratti ancora visibile, che dalla Roncola portava acqua all’accampamento di Castra poco al di sopra di Almeno). Solo nel XVIII con Lavoisier e con l’affermarsi della chimica non empirica, portò al sostanziale miglioramento dei prodotto come la calce ed i cementi moderni.

LA PREPARAZIONE

Il luogo veniva scelto in funzione sia delle materie prime utilizzate: il calcare, la legna da ardere, l’acqua; che in funzione del luogo stesso di utilizzo del prodotto ottenuto, cioè l’ubicazione degli edifici in costruzione. Per la costruzione non si disponeva quasi mai di uno schizzo o di un disegno, perché quest’arte era acquisita e tramandata dall’operatore stesso, detto “ calcherot”. La costruzione inizia picchettando un cerchio del diametro di circa 2.5 – 3 metri e preparando con pietre porfiriche il  “fornello” di calcinazione; quasi sempre tuttavia, almeno per molte delle nostre zone si utilizzavano ugualmente blocchi calcarei, che di conseguenze portavano ad un rapido degrado la calchéra stessa. Al di sopra veniva allestito il così detto “bregn”, a forma di botte ed ancora ovviamente costruito con pietre, possibilmente stipate con terra argillosa (ne esiste ancora una in posta in località “Suoli” presso Brembilla costruita in tal modo, subito dopo la guerra). Il “bregn” era dotato di un’unica apertura per il carico e lo scarico del materiale calcareo e per l’infornamento della legna.

LA PRODUZIONE

Poco al di sopra del ”fornello” si predisponeva una “volta” in tronchi, sormontata da una seconda “volta” composta da ciotoli calcarei; si procedeva quindi al riempimento completo della calchèra con i massi calcarei e con il caricamento della legna nell’apposito forno. Il materiale veniva cotto alla temperatura di 800-900 gradi per novanta ore, cioè sino alla completa cottura del materiale. Ogni calchéra produceva sino 150 q di calce utilizzando 200 q di legname in fascina. Occorrevano ancora tre giorni per il completo raffreddamento de materiale. I sassi di calcare, una volta cotti (perdevano il 50% del peso, diventavano porosi e friabili sino quasi a trasformarsi in polvere) venivano messi in un apposito contenitore in legno detto “andatura” e con un particolare mestolo detto “regabol” venivano “sciolti” con acqua; il tutto finiva poi in una buca detta “calcinaia” dove la calce era finalmente pronta per l’utilizzo.

IL PROCESSO CHIMICO

Il materiale di partenza deve contenere triossocarbonato (CaCo3 – calcite) di calcio non inferiore all’ 88 %. I calcari vengono classificati come rocce sedimentarie e metamorfiche (marmi, in questo caso) . Abbiamo calcari “grossi”:93/95% di calcite; “magri”: 88% di calcite; “Argillosi”,  “dolomitici”: contenenti CaMg(COE)2; “silicei” perché contenenti silice. La massa molecolare del calcare diminuisce perché si ha una perdita di anidride carbonica durante la cottura; infatti da 100 gr. di CACO3 si ottengono 56 gr. Di CaO (calce viva)  e 44 gr.di CO2 che si disperdono nell’atmosfera l’atmosfera. La calce viva viene “spenta” con acqua, il processo è pericoloso e deve quindi essere eseguito con ogni precauzione, infatti unendo la calce CaO con l’acqua H2O si ottiene Ca( (OH)2  + 210 Kcalorie per chilogrammo ed il calore prodotto può provocare pericolosi schizzi. Durante l’utilizzo nelle costruzioni, cioè nella fase detta di “ presa” si ha il ripristino del calcare che avviene mediante assorbimento dell’anidride carbonica contenuta nell’aria, cioè si ritorna al CaCO3 di partenza.

LA LINEA CADORNA

Gli studi della Linea Cadorna risalgono addirittura al 1862, quando si ipotizzava la costruzione di fortini muniti di cannoni per bloccare tentativi di invasione lungo la dorsale Val d’ Ossola – Lago Maggiore – Ceresio  -Lago di Como, con particolare attenzione alle vie dello Spluga e del Maloja. Nello stesso anno, a causa del cattivo stato in cui versavano le Regie finanze, si studiò un piano difensivo e si pensò di non tenere conto delle possibili offensive provenienti dalla Svizzera. Nel 1871 il progetto venne ancora inserito nei piani di difesa e rigettato per l’ultima volta nel 1882….I progetti furono costantemente ripresi ed accantonati fino al gennaio 1911, quando l’ufficio Difesa dello Stato formulò un nuovo schema di difesa alla frontiera svizzera lungo il saliente ticinese dall’Ossola alle Orobie…. All’inizio ci si preoccupò di predisporre lo sbarramento della linea Mera-Adda, con la costruzione tra l’altro del bellissimo Forte di Colico, tuttora in perfette condizioni. I lavori furono poi ampliati nel 1914.…. Nel settembre 1915 il generale Carlo Porro, sottocapo di Stato Maggiore teme la possibilità di un’invasione tedesca della Svizzera. Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore, riprende il vecchio progetto del 1882 e, con opportune modifiche, ordina di allestire una complessa linea difensiva del confine svizzero con una rete di strade, trincee, fortificazioni che copriranno 72 chilometri…. i lavori vennero dati in appalto a parecchie ditte tra le quali molte varesine…vi erano osservatori, magazzini, caserme, comandi, opere di rinforzo delle pareti montane e ancora strade e sentieri per raggiungere le trincee: un’opera immane che prevedeva 88 appostamenti per batterie di cannoni (11 in caverna), 25.000 metri quadrati di baraccamenti, 296 Km di camionabili, 398 Km di carrarecce e mulattiere. Questo enorme lavoro fu compiuto da 20.000 operai e costò una somma paragonabile a 300 miliardi attuali.

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