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Articoli di alpinismo dagli annuari CAI

Presolana • Don Chisciotte Sancio Panza e la Bella (pag. 53)

Per alcuni anni ho fatto parte della scuola di roccia del CAI Bergamo. Si è trattato sicuramente di momenti eccezionali dove le amicizie di allora, a distanza di anni,  sono ancora quelle di adesso. Dopo tredici anni di arrampicate ho dovuto purtroppo  troncare. All’inizio ne ero fortemente rammaricato perché si può trasmettere un messaggio anche attraverso questa dura disciplina: famiglia e lavoro però hanno avuto la priorità, per cui o arrampichi e ti alleni costantemente o è meglio, con estremo dispiacere,mutare forzatamente i propri orizzonti.

Che magra quest’anno, qualche accenno di Medale, un paio di salite in Presolana a contar chiodi, la settimana al Sella passata, viva gli dei, ancorando massi al terreno, forse prevedendo un capovolgimento delle leggi gravitazionali.

Senza dubbio rischiamo, io ed il mio fiducioso socio, il ritiro della tessera per scarsa efficienza!

Gratteremo così la coda all’estate sullo spigolo N.O. della Presolana, tanto per rimediare; che almeno la sua imperturbabile bellezza riscatti il nostro torpore. C’incamminiamo da Colere, regalando un ciao ad una vecchietta ed al suo gatto, pensando d’allungar il collo, oltre che il passo, ad una di queste  vivaci gallinelle indigene.

Vanni prendo per mano  Gabri, ha due zaini in spalla ….  poca voglia e un passo decisamente naturalistico … ma ogni regola ha la sua eccezione e questa di novello stampo sembra ulteriormente confermarlo: la Gabri  decide per una salita solitaria.

Parto nervoso con Vanni preoccupato della propria sorte. L’Albani sonnecchia lassù, calmo e compiaciuto del nostro ansimare, sugli ultimi ghiaioni mi guadagno l’indulgenza plenaria, pensando che il Coca o il Brunone li posso tener da parte per i peccati più grossi. Però che rabbia, nulla traspare del nostro intento, nemmeno dagli zaini modestamente gonfi, ma comunque pesanti; il nostro volto, giustificatamente sudato, regala all’escursionista ignaro qualche breve istante di intimo compiacimento: «ma che sciopàcc chi du lé».

Vanni s’allontana per riempire la borraccia, mentre io con rassegnazione stringo i lacci delle pedule rigide  fino ad ora riposte nello zaino in onore alla legge del cammina comodo e senza fiacche. Oggi mi tocca arrampicare, se non altro per materializzare la fiducia in me riposta dall’amico.

 Vanni ritorna e l’accolgo con un sorriso. Ecco nascere una lenta sorpresa lo spigolo dal groppone del Ferrante; il nostro passo accompagna l’evento  pian piano, lo spirito canta attratto da simil magnifica  irruente bellezza, senza importanza appare il salirlo, prua arenata e capovolta  che inonda lo spirito e t’incanta.

Al passo scorgiamo una ragazza scendere verso di noi, bella ed inattesa ed anche sola, doniamo al vento il nostro convincimento ormai in briciole e partiamo tanto per ridar vigore alla realtà. Pronti e via, a 50 m, organizzo il primo ricupero, dove l’anno passato una scaglia da mezzo quintale si riposò un poco sulla mia imbragatura. Se il chiodo s’ ingrippa prima che la fessura ceda … tiene, proseguo così per circa 4 tiri, fino ad uno strapiombetto, in prossimità  finalmente,  dello spigolo.

Coerente con la regola: «non sporgete il naso a sinistra» tento l’arrembaggio di un chiodo troppo alto, scendo e risalgo a destra per un’efficace fessura un poco strapiombante. Più sopra una placca tondeggiante sembra prediligere le pedule morbide, pianto delicatamente un sottile Simond, mentre s’allarga il dilemma d’arrampicare con una scarpa per sorte: una  rigida ed una morbida. Mi aggrappo al chiodo e solo l’inerzia mi porta in una posizione d’equilibrio: guardo stupito il chiodo traballante, la fessura s’è rotta.

Proseguo senza commenti, s’incalzano gli eventi per uno spigolo troppo corto: «Vanni quanti ne ho?!! ». «Cinque metri» è la risposta, maledico la mia noncuranza, adesso dove mi metto, guadagno i 5 metri, poi altri cinque, ed ancora altri dieci, fino alla sosta su di uno sperone ormai stanco e rotto: «Mi san confuso» favella il socio, una bevuta gratis, penso io, mentre masse di nebbia litigando fra loro passano indecise per nulla in accordo sullo strappo di panorama che intendono offrirci. Voci giungono dall’Albani, Vanni pensa Gabri, dai che forse in tre o quattro doppie siamo giù.

Per maggior sicurezza regaliamo un fratello al chiodo di sosta, srotolo le funi e scendo, m’accompagna il rosario arrugginito e storto d’una variante artificiale. Un poco sollevato al pensiero d’aver schivato il Bendotti ed il suo non meno rassicurante ciglione; preparo la seconda sosta. Alloggio un’altra fettuccia in una clessidra e riparto cercando di non urtare troppo la suscettibilità di queste scaglie inclinate.

 Organizzo un nuovo recupero, ma le corde non scorrono: «Vanni… Vanni… le … corde … non …non  scorrono» scandisco preoccupato «Vanni… Vanni … ». Non c’è altro da fare, anche se la cosa non mi affascina molto, risalgo con il cordino spostandomi sulla destra, nuovo recupero; la corda si tende, accidenti, il socio è in anticipo. «Té, le corde non scorrono» attimo di perplessità «per forza, c’era il prusig». Prevedendo la fine di un’amicizia, Vanni si scusa e si offre di scendere per primo!

I nostri eroi ritornano, sta scritto, ma né folle né applausi li attendono, la folla a nulla è servita, la nebbia li ha traditi. «No, che non vi ho visti» commenta Gabri; Vanni s’avvia  verso valle con la testa bassa e con quel «no» che più dello zaino gli  pesa: anfitrione da poco dice , la prende per mano e scende.

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